London's life · The beginning

Prima di Londra, il caos…

L’anno nuovo accompagna sempre nuove promesse e buoni propositi che in un modo o nell’altro, faticano a protrarsi, specie quelle che richiedono un impegno giornaliero. Io penso di essere la portavoce delle promesse invane.

 

Però non voglio perdermi d’animo, e vorrei condividere con voi quel che penso e vivo di Londra, che ormai considero casa da quasi tre anni.

In un momento di crisi come questo, vorrei che i miei coetanei si aprano al mare di opportunità che il mondo ci offre, se purtroppo il nostro caro bel Paese ci rinnega.

 

Ma prima mi presento…

 

Mi chiamo Stefania e ho ventitré anni. Sono nata e cresciuta a in un paese di 60.000 anime. Non poche, non molte. Son sempre rimasta “nell’ombra”. Non ho mai osato la scalata verso il successo, ne dato da parlare di me. O almeno penso. Nei paesi si sparla sempre, costantemente. Comunque, son cresciuta con la sana convinzione di diventare interprete e traduttrice di giapponese e ho mantenuto questo pensiero fino a che non mi sono iscritta all’università (sbagliata). L’ambiente era gremito di persone nelle quali non mi rispecchiavo, che non conoscevo e nemmeno io mi riconoscevo piú. Ho mollato dopo otto mesi, otto mesi spesi in treni, metropolitane, saggi, libri e pranzi non digeriti. “Mi prendo l’anno sabbatico”, frase di coloro che di voglia di studiare non ne hanno piú.
Delusione totale. Frustrazione dei genitori. Portafogli a secco, ultimi spiccioli finiti per pagare le tasse universitarie. Era maggio, anno 2009.

Ed ora? Ora si cerca lavoro. Ma senza troppi sforzi. Tanto quello che voglio fare io non lo trovo qui. Ma aspetta, cosa voglio fare io? Beh, ora come ora qualsiasi cosa mi dia un’entrata!

Tra il 2008 e il 2010 ho fatto davvero un po’ di tutto, e oggi mi soprendo con che facilitá abbia trovato lavoretti che oggi, nella mia vecchia cittadella, mia sorella che finisce gli studi non puó nemmeno sognarsi di trovare. Cameriera, donna delle pulizie da una cara vecchietta di ottant’anni. Venditrice di libri, venditrice di videogiochi, venditrice porta-a-porta, volantinara.

Al volantinaggio illegale ho detto basta.

Nel frattempo, curriculum mandati a casaccio a varie compagnie d’animazione, agenzie di viaggio, tour operator (mi sono diplomata come perito turistico). La Disney mi chiama per andare a lavorare in Florida. (Coro di alleluia). Il colloquio viene fatto al telefono, in inglese.

(Piccolo intramezzo: Il mio “amore” per l’inglese è nato quando a 9 anni ho scoperto Mtv, ma più precisamente quando ho scoperto che riuscivo a ripetere, in un inglese piuttosto simile alla presentatrice, quello che veniva detto. Ovviamente non ci capivo un’acca ma ormai avevo un debole per la lingua. Da Mtv sono passata ai telefilm americani, e al karaoke…)

Io, che quando imparo qualcosa in inglese mi si pianta in testa forever, vado sicura e accetto l’offerta per il colloquio di persona, a Milano, due mesi piú tardi.

Peccato che il team della Disney sposta la sede dei colloqui da un’altra parte e avverte per mail il giorno prima. Peccato che non avverte tutti!

Arrivata a capicollo insieme ad un altro sfigato dall’altra parte di Milano solo dopo aver acquisito l’informazione dalla sede precendente, mi viene detto senza tanti complimenti che non potró partecipare al colloquio in quanto le domande saranno sul video d’introduzione appena terminato.

Dopo varie scongiure parliamo direttamente con il direttore che esasperato ci concede un’intervista alle 3.30 del pomeriggio, dopo tutti gli altri candidati.

Erano le 10 del mattino.

Penso che se fossi stata come sono diventata ora, sarei rimasta a farmi prendere in giro. Mi piace pensare che mi avrebbero baciata i piedi pur di avermi nella crew, dopo aver sfoggiato le mie innumerevoli qualitá e ballato a ritmo di “Ieri era Zero” insieme ad altre quattro muse prese a caso dal pubblico.

SE fosse stato cosí, magari oggi vivrei felicemente in America insieme a Jake Gyllehaal, che non ha badato all’etá perché mi ama troppo.

No, davvero, coloro che ne sarebbero usciti trionfanti, sarebbero diventati camerieri o cassieri all’interno del parco diverimenti di Orlando. Mica divi del cinema.

Comunque no, non sono rimasta e me ne sono andata come solo una ventenne indignata sa fare. Stupida me. Avrei potuto avere Jake…

Nella foga e nella rabbia della giornata non ho solo perso una grande occasione e ottanta euro di multa per transito in corsia preferenziale. Ho anche incontrato un grande amore: una Nikon D60 scontata.

Ho cominciato così a fotografare. Senza pretese, qualsiasi cosa capitasse a tiro. Non ho mai smesso di fotografare, anzi. Questa è una delle poche cose che mi riesce bene e che non smetterò mai di fare.  Forse un giorno questa passione mi darà un lavoro.

Insomma, mi ponevo quelle tipiche domande da adolescente e passavo il tempo a chiedermi se avrei mai concluso qualcosa nella mia vita ma soprattutto concluso qualcosa in Italia, e ogni giorno desideravo solo fare le valigie e partire senza metà, viaggiare mezza Europa e stazionare qua e là per un po’. Non potevo farlo poiché le disponibilità finanziarie erano pressoché nulle.

Poi, ogni tanto succedono cose belle quanto inaspettate, l’inizio del 2010 mi ha regalato un secondo grande incontro: il mio vero amore. Lui ha ventotto anni e non ha esitato a seguirmi in Inghilterra, nonostante ci conoscessimo solo da sei mesi.

L’occasione per partire si è presentata in una sera d’estate, in un locale nel quale non avevo nemmeno voglia di mettere piede: sempre stando sul tema del paesino di provincia “io-conosco-te-tu-conosci-me”, si esce negli stessi posti, si vede la stessa gente, si fa la solita serata. Niente più, niente meno. Per spendere quei pochi soldi rimasti a guardare gente che ti guarda e bere un cocktail schifoso, sono finita a parlare con un amico che mi ha presentata ad Elisa, finché tra un discorso e l’altro mi dice che vive a Londra e che l’hotel ha bisogno di staff.

I miei occhi azzurri sono diventati due fari abbaglianti posati su di lei.

Ma come, ora? Mi sono sempre considerata uno spirito libero e nonostante ami l’amore, in questo caso lui avrebbe dovuto aspettare.

Mio padre, alla frase: “Papà, ho trovato un lavoro… a Londra.” Risponde: “Bene! Quando parti?”. Nessuna sorpresa. Nessuna esitazione. È stato davvero fantastico. In quei pochi giorni di riflessione i miei stati d’animo cambiavano ogni 3 minuti, così come le mie decisioni “definitive”. Il problema non era dirlo ai miei genitori, ma al mio ragazzo.  Mio padre mi guardò negli occhi e mi disse qualcosa come: “Se osi perdere l’occasione della vita per stare dietro ad un ragazzo allora non sei come credevo.” Mia madre si limitava a guardarmi con occhi carichi di paura, ma consapevole che non sarebbe riuscita a frenarmi. Alla domanda: “Tu ci vuoi andare?” erano i miei occhi che brillavano a parlare. Lo sapevano tutti, cosa avrei voluto fare.
Nessuno invece avrebbe mai detto che anche il mio ragazzo avrebbe fatto la stessa scelta. Lui… i suoi piani di vita e di lavoro erano totalmente opposti ai miei, ma è stato il cuore che gli ha suggerito la giusta cosa da fare e dopo sei lunghi, estenuanti mesi di relazione a distanza, ci siamo finalmente riuniti.

Così inizia la storia, così parte la svolta…

to be continued…Immagine

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2 thoughts on “Prima di Londra, il caos…

  1. Sei stata coraggiosa e determinata. Ricordo che tra i banchi di scuola dicevi che avresti voluto vivere a Londra e ce l’hai fatta. Sei diventata una persona da ammirare e da cui trarre ispirazione.
    Lisa

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