Racconti

Albascura

Aveva detto che sarebbe stato con lei tutta la sera, se fosse stato necessario.  Alla fine lei sarebbe andata a ballare, e sarebbe rientrata probabilmente alle cinque del mattino. Lui aveva tutto pronto: aveva qualche cd, preservativi e anche un paio di canne, ficcate in fondo al cruscotto della macchina. Forse stasera lei gli avrebbe detto di si.
A volte il pensiero di lei diventava una vera e propria fissazione. Specialmente quando smettevano di parlare, si salutavano, lui lanciandole qualche battuta, chiedendole quando avrebbe potuto affondare il viso tra i seni di lei, lei ribattendo che sarebbe successo quando lui avrebbe smesso di chiederglielo.
C’è stata quella volta in cui lei era li, a casa sua.
Lei aveva saltato l’università quel giorno, e aveva cercato proprio lui. Avevano passato l’intera mattina sul letto, a pomiciare come quindicenni. Lui aveva infilato la mano sotto i jeans,  lei aveva sussultato e tolto la mano bruscamente. Si era chiesto se non avesse mandato tutto a puttane.
Invece no, parlavano ancora, spesso. Era sveglia, lo prendeva di testa. Era cinica, a volte odiosa, da prendere a testate. A volte sentiva davvero la sua tristezza, come lei gliela descriveva. Lui era bravo con le parole, riusciva a stuzzicare la sua curiosità. Sapeva che era triste perché era intelligente. E solo gli stupidi potevano essere sempre allegri.
Quel giorno d’estate lei gli aveva chiesto se gli avrebbe fatto piacere se lei fosse passata a casa sua.
Lui era con la morosa. Non poteva.
Si chiedeva se forse era la volta buona di smettere di cercarla.
Poi le aveva mandato un messaggio così idiota, così infantile e sdolcinato, fuori dalle sue corde… non si sarebbe sorpreso se lei non gli avesse risposto. Invece drin!, ecco il messaggino di rimando. Con il solito cinismo, quel sarcasmo spudorato, quelle sottigliezze. Gli avevano fatto tornare la voglia di sbatterla al muro e farla tacere.
Ma lei era sfuggevole, così aveva mollato la presa. Sapeva che se avesse voluto, sarebbe andata lei da lui.
Quella sera appunto, si erano risentiti, per caso. Lui voleva augurarle buon compleanno.
Lei gli aveva detto che avrebbe voluto passarlo con lui.
Così ora aspettava che lei tornasse da questa discoteca, e che parcheggiasse a duecento metri da casa, per saltare su con lui.
Non può tirarsi indietro stasera, pensava, mentre chiacchieravano, condividendo uno di quegli spinelli fatti su in precedenza. I presupposti dicono il contrario. Aveva guidato lontano, fuori città. I finestrini erano chiusi perché le zanzare li avrebbero divorati. Sudava. Lei aspettava. Lui l’aveva baciata.
Era successo molto in fretta. Le aveva sfilato la maglietta ed erano passati sul sedile posteriore. Sembrava molto meno sicura adesso. Ma non aveva voglia di pensare al suo stato d’animo adesso, il tempo delle parole era momentaneamente sospeso. Era il tempo dei sospiri, quello.
Poi così com’era iniziato, così era finito. Non era riuscito a resistere più di due minuti, e questo lo aveva sconvolto.  Cosa era successo? I tempi record appartenevano alla pubertà, alla frenesia dei primi rapporti, mica alla soglia dei venticinque anni. All’improvviso si era incazzato con lei. L’aveva fatto aspettare troppo, e non aveva resistito. Lei giaceva al suo fianco impassibile. Quando lui si era sporto per baciarla, lei gli aveva rivolto un sorriso debole e detto di non preoccuparsi.
Erano le cinque. In qualche modo l’atmosfera si era spaccata, anche se lui continuava a scherzare e conversare. Ora però era stanco, e voleva tornare a dormire.
Lei gli aveva ricordato della sua promessa, sarebbe dovuto stare con lei tutta la mattina. Cazzo.
Erano tornati in città. Aveva sete,  e voleva fumare ancora. Si erano fatti il secondo spinello, gli argomenti iniziavano a scarseggiare, e lui sentiva le palpebre ancora più pesanti.
L’aveva riportata alla sua macchina alle sette della mattina. Si erano salutati con bacio casto.
Poi l’aveva guardata allontanarsi, ancora intontito dalla marijuana in corpo.
Avrebbe dovuto riaverla. Rifarsi della figura di merda.
Ma non adesso. Adesso aveva sonno.

 

È come se i nostri cervelli facessero sesso, diceva lei alle amiche.
Poteva parlare con lui di qualsiasi cosa e avere la sensazione che, a rispondere, fosse lei stessa. E poi le faceva un filo spudorato, senza nasconderlo. Questo le piaceva. La stuzzicava. Però non ci voleva stare, perché lui era fidanzato e lei innamorata. Non voleva che lui sapesse che lei andasse in giro a scopare con altri, altrimenti non l’avrebbe mai più riconquistato e chissà quale idea si sarebbe fatto di lei. Così lei flirtava, nei limiti.
Poi una mattina era andata a casa sua invece di andare in università. Aveva una voglia assurda di andarci a letto, ma poi li, quando lui le aveva infilato la mano nei pantaloni, si era spaventata. Non era la sua prima volta, no. Ma sentiva che era sbagliato.
Poi una volta a casa, aveva iniziato a pensare al perché non riuscisse a lasciarsi andare. Forse era il tarlo del suo amore malato. Doveva rischiare di più, per lavarlo via.
Una volta gli aveva persino proposto un altro incontro. Non poteva rifiutarsi. Invece quel cretino era con la morosa, e le faceva battutine da quindicenne.  Lei aveva chiuso la valigia ed era andata partita per le vacanze. Alla sera le era arrivato un messaggio così sdolcinato che l’aveva fatta sorridere, ma siccome era anche un po’ ubriaca gli aveva risposto e se n’era pentita il giorno dopo.
Aveva imparato presto il vantaggio di avere un corteggiatore impegnato, ed era andata avanti per la sua strada come se nulla fosse. Poi la sera del suo compleanno lui le aveva scritto ancora e lei, in preda agli ormoni in stato di ebbrezza, gli aveva chiesto di aspettarla. Era in discoteca con le ragazze e aveva preso da parte la sua migliore amica per aggiornarla sugli sviluppi e chiederle di coprirla in caso il tipo che stava frequentando avesse fatto domande il giorno dopo.
Aveva guidato verso casa, e lasciato la macchina a debita distanza, prima di salire da lui.
C’era un forte odore di erba, e lei era ancora un po’ ubriaca. Lui aveva guidato fino in campagna, e le sue intenzioni erano, a questo punto, abbastanza chiare.
Aveva accettato la canna offertale, aveva bisogno di rilassarsi.
Poi lui aveva iniziato a baciarla, e il desiderio si era trasformato in tensione. Si era quindi lasciata guidare, gli era saltata in braccio e avevano iniziato a farlo.
Solo che era durato pochissimo, e si era giustificato dicendole che la desiderava troppo. Lei era sollevata. Credeva di essere pronta ad aprirsi con lui a livello fisico, invece no. Avevano ricominciato a chiacchierare, ed ecco che la tensione era ritornata desiderio, desiderio dei suoi racconti, e delle sue parole.
Aveva guidato in città, si erano fermati una seconda volta, e lui aveva fumato una seconda canna.
Poi le aveva detto che aveva sonno. Lei non poteva rientrare a casa alle sette della mattina. I suoi l’avrebbero ammazzata. Lui le aveva promesso di passare la mattina con lui. Cosa avrebbe fatto adesso?
Quando si stavano salutando, lui aveva cercato di baciarla ancora una volta, ma non a lei non andava più. Gli aveva rifilato un bacio sulle labbra molto sbrigativo e si era allontanata.
Non era arrabbiata, ma molto confusa.
Forse era meglio mantenere il sesso tra i cervelli.
O forse nemmeno quello.

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