Homesick · Nottambulismo

Mirror mirror

Ho sempre creduto di essere sempre più avanti degli altri, più determinata quando progettavo la mia visione del futuro. Il futuro voluto, quello fatto di lingue straniere e viaggi inaspettati. Presa da questa coscienza, ho sempre spinto le persone a fare quello che sentivano, dispensato consigli gratuiti. Mi faceva stare bene motivare qualcun altro. Mi faceva star bene parlare grosso, per sottolineare ancora di più i miei, di passi. Quei passi che ad occhio attento erano molto incerti, ma che in qualche modo mi hanno portata lontana. Altrove.
Quando mi ritrovo negli stessi posti in cui sono cresciuta, inconsciamente mi sento preda delle mie insicurezze. Quei posti in cui io vedo ancora la mia giovinezza e la spensieratezza, le nostre scorribande notturne, i problemi inesistenti. Quando scorro le pagine dei diari, quando guardo le fotografie nelle quali manco io, quando ascolto conversazioni e apprendo di amicizie che non ho visto consolidarsi, capisco che non si è fermato nulla. Capisco che la vita va avanti, sempre, comunque. Capisco che le amicizie o si rinsaldano o si sfasciano. Capisco che gli errori si perdonano, capisco anche che le figure di merda che tu ricordi ancora, in realtà sono bell’e dimenticate. Capisco che a volte la mia memoria funziona come un interruttore della luce e una volta spinto “OFF”, il buio cala nella stanza, ma l’orologio appeso al muro continua a ticchettare. Sono io che non lo vedo, e mi ricordo di ciò quando riaccendo la luce.
Capisco che i nostri luoghi sono ora scenario di maturità e di cambiamenti, di sfide quotidiane per prendere scelte consapevoli. I nostri luoghi sono ora luoghi da grandi. Sono eventi, matrimoni, scelte di arredamento.
Mi sento egoista pensare che solo io abbia una storia da raccontare quando tonerò a casa. Gli amici che mi circondavano aveva già iniziato da un bel pezzo a mettere insieme i tasselli della loro vita. Solo che io non sono mai riuscita a vederli, presa dalla mia visione.
Spesso taccio, lascio che gli amici raccontino. Assorbo le informazioni, tento di vestire i loro panni e stare al loro passo, respirare con i loro polmoni l’aria di questa città, consapevole di viverne solo il 5% del totale, mentre io, molto dopo, racconto il mio 5%.

Nell’attesa del momento, in cui divento momento, nella vita degli altri; loro erano delle forme che prima potevamo toccare e stringere e baciare, e che in quel preciso istante erano così reali che mai avremmo pensato di doverne fare a meno. E anni dopo un dettaglio, una parola, una canzone, riaccendono il ricordo di quelle forme, ora estranee, inverosimili. Quasi distanti, quasi come se non le avessimo nemmeno vissute.
La mia memoria è volenterosa di conservare tutto. Per questo ho sempre scritto, annotato, aggiornato. Per questo ho sempre fotografato, filmato, riletto e rivisto. Solo che ogni tanto perde i pezzi per strada e decide da sé gli attimi migliori. Migliori secondo il suo stupido punto di vista. Perché mi ricordo di quando ci sedemmo e io presi una Caipiroska e tu un Negroni e non ricordo della prima volta che mi hai detto che mi amavi? Non ricordo il motivo per cui scelsi quella strada e non mi accorsi di quanto fosse sbagliata per me, fino al giorno in cui mollai l’università per andare a lavare i piatti in un ristorante. Però mi ricordo come preparare la mozzarella tritata.

Le scelte, le promesse. Se dovessi mantenere tutte le promesse fatte in quei momenti, l’anno prossimo dovrei scappare in Australia con il mio ex, e fra tre anni dovrei sposarmi per interesse con il mio ex-migliore amico. Ex, ex, ex, passato. Delete (X).

The Sliding doors effect.
“Ma tu ti sei mai chiesto come sarebbe andata se…?”

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