E il tempo scorre... · London's life · Memory Lane · Racconti

#1462happydays

#100happydays sta cippa.
Ieri ho festeggiato i miei 4 anni a Londra ubriacandomi con il mio bestie in un ristorante Thai. Sono in ufficio e sono ancora un po’ sotto l’effetto della sbronza.
Io mi sono sempre considerata una persona pessimista. Ma se devo proprio guardarmi dentro, non sono rimaste che briciole di questa sensazione.
Mi sento piena di esperienze quando penso a tutto quello che ho vissuto, quello che sono diventata, e piena di energie quando penso al futuro che questa cittá mi potrebbe ancora dare.
Non fraintendetemi: non sono diventata un guru di gioia e pace interiore. Londra é come una fidanzata appiccicosa: ti ama molto ma ti snerva altrettanto.
E soprattutto, non sono sempre stati giorni felici. La vita ti regala sempre molti sacchi di letame, e spesso puoi solo scrollare le spalle, tirarti su le maniche e pulire lo schifo che ti ha lasciato per terra. Diciamo semplicemente che da un paio di anni a questa parte, ho deciso di sfruttare il letame concimando il campo.

Ok, ora la smetto di usare metafore stupide e vi delizio con alcuni dei miei giorni peggiori, cosí ci crogioliamo nel caldo pensiero che siamo tutti sfigati.

#1 Il giorno del mio arrivo.
Ebbene si, il 13 agosto 2010 e le successive 48 ore sono state le piú agoniate e stressanti di tutte.
Ho giá descritto questi gioiosi momenti in uno dei miei primi post;  eppure, come dice Xavier ne “L’appartamento spagnolo”:
“Un giorno quando sarò tornato a Parigi, anche la peggior sfiga si trasformerà in una avventura straordinaria, in virtù del meccanismo idiota per cui i giorni più tetri di un viaggio, i momenti più sordidi, sono quelli che tendiamo a raccontare con maggior entusiasmo.”
Sorbitevi la mia storia qui!

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#2 Il giorno in cui decisi di tornare a casa.
In quel periodo vivevo in una double bedroom con Fra, dovevo trovare casa entro una settimana perché la signora che ci aveva accolto tutta sorrisi in casa sua, non ci voleva piú dal giorno alla notte. Era in processo di divorzio e non voleva estranei in casa. Se non fossi stata aiutata dalla mia amica, (allora era anche la mia manager), che chiamó la signora fingendosi il mio avvocato, avrei potuto anche soggiornare per strada. La caparra era stata giá pagata, le valigie fatte. Le chiedemmo di ospitarci almeno il tempo necessario di trovare un’alternativa. Lei acconsentí, di malgrado.
Un giorno chiuse Fra fuori “per sbaglio”, perché pensava che noi fossimo giá rientrati, e ci guardó pure male quando andai a bussare alla porta della sua camera per chiederle di aprire la porta.
Era l’una del mattino e lui aveva finito da poco di lavorare. Neanche fosse andato a ballare, uno dice… Siccome il soggiorno in quella casa maledetta era temporaneo, tenevo tutti i vestiti in valigia. Quelli che ci stavano, gli altri, in pratici sacchi dell’immondizia.
Il crollo arrivó un pomeriggio, quando cercavo casa per due come una disperata e non trovavo altro che truffe e posti intollerabili alla maggior parte del mondo civilizzato. Era febbraio, faceva freddo, avevo il ciclo. E qui una dice tanto. Gli ormoni impazzirono e piansi per due giorni, convinta che Londra non mi volesse piú. Poi trovammo la luce in fondo al tunnel, grazie alla mia ex-coinquilina che veniva su dall’Italia proprio in quelle settimane e aveva bisogno di una stanza.
La sera prima di sloggiare dalla casa infernale la signora era tutta sorrisi, inizió a chiederci delle nostre vite (?!) e si scusó per il suo atteggiamento. Polarismo portami via.
Ma soprattutto, i vestiti nei sacchi dell’immondizia non ce li dovete mettere mai, capito?

#3 Il giorno in cui venni assalita da Mr.Potato.
Quando ci trasferimmo nella nostra prima vera casa, a Walthamstow, venimmo subito accolti dai nostri vicini di casa. In realtà più che vicini erano gli abitanti del piano di sotto, essendo la nostra dimora una semi-detached house ristrutturata per ospitare due famiglie.
Lui sembrava un reale Mr. Potato che aveva lasciato i bambini a giocare troppo a lungo con le sue fattezze. Il naso di qua, il mento di là, i denti lanciati in bocca in ordine sparso… e poi la sua pelle sembrava davvero fatta di gomma. Lei sembrava Frida Kahlo dei tempi moderni, si divertiva a non farsi la ceretta ai baffi, a tuffarsi nell’armadio ed uscire con i capi più disparati e a collezionare ogni genere di suppellettile esistente. Una sera sentimmo bussare alla porta e i coniugi Potato ci porsero una “piantina di alloro” direttamente dal loro giardino.  La “Piantina” sembrava un albero sradicato tant’era grossa, e non profumava affatto di alloro. Secondo Fra, ce l’avevano regalata per liberarsene. Inutile dire che fine fece.
Il prestarsi oggetti e regalarsi piante morte portò a una relazione che dava alla libertà, secondo loro, di lasciare bigliettini attaccati alla porta d’ingresso, messaggi e appunti da parte dei coniugi che chiedevano di “Abbassare la voce”, “Non camminare rumorosamente” o “Socchiudere la porta dolcemente quando si usciva”. Praticamente un modo carino per dire “Ti ho regalato una pianta, non rompere i coglioni.”
Un pomeriggio Mr. Potato mi vide rientrare e mi spiegò passo per passo come chiudere la porta di casa mia senza fare rumore. Di casa MIA. Una porta vecchia quanto lui che se non accompagnavi e tiravi verso la serratura non si sarebbe mai chiusa. Infatti, quando lo fece lui, provocò lo stesso rumore.
Il dramma arrivò una domenica mattina, quando uscii di casa intorno alle 5 e mezza per arrivare a lavoro alle sette. Chiusi la porta e mi avviai verso la stazione dei bus in modalità zombie. Ero quasi arrivata al mio stop quando sentii una mano afferrarmi il braccio e fermarmi di colpo. Mi trovai davanti Mr. Potato in ciabatte ed accappatoio, ansimante per la corsa, che mi disse: “HAI SBATTUTO LA PORTA.”
Io lo guardai terrorizzata e tutto quello che riuscii a dire fu: “What?!”. Lui ripeté la frase, scandendo le parole lentamente come se io fossi ritardata: “HAI. SBATTUTO. LA. PORTA.”. La gente intorno a me aveva già iniziato a voltarsi, e gli spavaldi ad avanzare cautamente verso di me per chiedermi se stavo bene o se il tipo mi stesse molestando.
Io ero allibita. Non ricordo bene come riuscii a liquidarlo. So che arrivai tardi a lavoro perché persi il bus, e qualche tempo dopo lui si scusò per la reazione. In ogni caso l’episodio ruppe ogni tipo di rapporto e per questo potemmo tirare un respiro di sollievo.

#4 Il giorno in cui mi sentii come Gil Grissom su una CSI.
Stavo iniziando il mio turno in hotel, il mio collega del turno di notte mi accolse con una faccia che giá presagiva il disastro. Intanto, c’era un barbone che dormiva nella hall. Gli chiesi perche non l’avesse cacciato e lui mi disse che non se la sentiva. Va beh, lascialo a me il lavoro sporco, che sono donna, sola e facilmente rintracciabile una volta uscita da lavoro.
Poi mi raccontó che durante la notte la polizia aveva arrestato un cliente dell’albergo e quattro altri uomini che si trovavano in camera con lui. La polizia gli raccontó che l’uomo era riuscito a chiudersi in bagno e chiamare aiuto perché i quattro lo stavano ammazzando di botte per qualche motivo non precisato, o meglio, undisclosed (Abbello, te porti ji spacciatori en camera e non c’hai li sordi pe’ pagá, MACHETTECREDI che te facciano?!).
Mi disse che la stanza era un macello e se ne andó disgustato. L’housekeeping venne da me a metá mattina per dirmi che la stanza non poteva essere pulita da loro e che serviva un cleaning specializzato; una delle governanti era addirittura corsa via per vomitare la colazione. Allora mi feci coraggio e andai verso la stanza NUMERO DICIASSETTE, che giá sulla facciata esterna della porta mostrava quattro ditate imbrattate di sangue. L’interno era davvero una cosa disgustosa; sedie rotte, lenzuola strappate e tazze lanciate contro i muri (con dentro le tea bag; la domanda sorge spontanea, no? “Ma si son pure fatti una tazza di the mentre discutevano?!”). Il materasso, i cuscini, le pareti intorno al letto erano insanguinate, chiazze, segni di manate, qualche dente… la vasca da bagno era una pozza rossastra, mentre per terra il sangue si mescolava al giallognolo delle urine.
Mi ricordo che tremavo. Avevo una qualche sorta di paura. Non volevo nemmeno stare da sola in quella stanza, e anche molto tempo dopo, quando era stata pulita da cima a fondo, i letti rifatti, i tappet cambiati eccetera, l’idea di dare le chiavi ai clienti mi dava i brividi. La lasciavo sempre come ultima risorsa, nonostante fosse una delle piú grandi, belle, e ovviamente ristrutturate…
(Zan zan zaaaaaaaaan…musica inquietante in sottofondo…)

 

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#5 Il giorno in cui realizzai di aver perso il lavoro.
Ovvero quel sabato, mentre ero a casa di riposo, il mio manager mi telefonó per dirmi che ero sospesa fino al giorno dell’ “udienza”. Siccome ignoravo la cause della sospensione, mi torturai il cervello per tutto il giorno cercando di capire cosa avevo fatto di sbagliato.
Lo stronzo che mi denunció fu anche la mano santa che mi permise di di cambiare lavoro e vivere piú serenamente, ma quel giorno, e le successive due settimane, divennero un gigantesco punto di domanda, per la paura di non trovare qualcosa altrettanto retribuito, mantenere il mio stupendo appartamento, o semplicemente vivere qui.

Non sarebbe giusto scordare alcuni di questi shitty days solo per spazio ai mille giorni di felicitá e spensieratezza che mi hanno accompagnata fino ad oggi.
Quindi tanti auguri a me e alla mia Londra. Alle persone. Ai ponti. Ai ristoranti giapponesi. Ai Coldplay che quando suonano “Fix You” mi fanno amare ancora di piú questa vita.

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Peró le perle sugli hotel e i suoi clienti le tengo per un altro post.

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22 thoughts on “#1462happydays

    1. No no, io ho il terrore di Mr.Potato adesso… anche di quello a cartone animato!
      Al limite possiamo appostarci fuori casa sua, ma voglio mantenere le distanze. Quindi procurati un cannocchiale e un po’ di ciambelle! 😀

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  1. Non so se mi abbia fatto più paura mr Potato con la sua pianta (chiaro simbolo di augurio di Sofferenza) o LA STANZA DICIASSETTE (Musica inquietante in sottofondo). MOLTO BRAVA per essere sopravvissuta a tutto ciò 😀

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